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Pensatore estremamente prolifico, autore di innumerevoli opere, molte delle quali anche perdute, capace di una scrittura poliedrica, Giordano Bruno lascia ai posteri trattati, opere teatrali e dialoghi filosofici. Più che elenchi e partizioni importa, però, il fulcro del pensiero e delle dottrine che in quelle opere sono contenute.
Giordano Bruno può essere inserito nella tradizione dei filosofi del Rinascimento e il suo stesso pensiero ha carattere ermetico: proseguendo e radicalizzando il discorso iniziato da Marsilio Ficino, Bruno propugna una sorta di gnosi rinascimentale, ossia un messaggio di salvezza, una nuova religione si potrebbe dire, improntata alla religiosità egiziana degli scritti ermetici nei confronti della quale le dottrine neoplatoniche che egli recupera hanno un ruolo strumentale e fungono da impalcatura concettuale.
Le prime opere di Bruno, tra cui spiccano il “De umbris idearum” (1582) e il “Sigillus sigillorum” (1583), sono dedicate alla mnemotecnica, l’arte di memorizzare informazioni e concetti, molto praticata nel Medioevo e nel Rinascimento, per la quale Bruno ottenne l’ammirazione e la protezione di sovrani quali Enrico III ed Elisabetta I. Giordano, proseguendo quel recupero e quella riscoperta dell’arte della memoria che anche altri filosofi rinascimentali avevano praticato, intende questo sapere non solo come un metodo mnemonico ma anche come una via alla conoscenza. Ombre delle idee, piuttosto che le cose sensibili, sono le immagini che rispecchiano le idee della mente divina e di cui gli oggetti sensibili sono copie; imprimere nella mente queste immagini consente di ottenere un riflesso dell’universo intero nella mente e di acquisire non solo un potenziamento della memoria ma delle capacità intellettive nel loro complesso. Tale metodo, presupponeva un sistema di localizzazione mnemonica, un ordine che, acquisito con tecniche associative, era coincidente con l’ordine cosmico stesso. La memoria, facoltà appartenente all’immaginazione, consentiva all’uomo, egli stesso immagine di un macrocosmo immensamente più vasto di lui, di comprendere questo mondo attraverso l’esercizio e di entrare in comunione con il divino.
I dialoghi italiani - rappresentazioni sceniche del suo pensiero - possono essere distinti in dialoghi metafisici, come “Della causa, principio et uno” (1583, 1591), “La cena de le ceneri” (1584) e “De l’infinito, universo e mondi” (1584), dove illustra i principi base di tutte le conoscenze e dialoghi morali, come “Lo spaccio della bestia trionfante” (1584) e “De gli eroici furori” (1585), dove contrappone alle religioni positive una visione dell’universo inteso come manifestazione divina. Composti durante il soggiorno inglese, raccolgono le dottrine illustrate da Giordano Bruno durante l’insegnamento ad Oxford dove una visione cosmologica copernicana, caratterizzata dalla concezione eliocentrica e dall’infinitudine dell’universo, è collegata alla scienza astrale e al culto ermetico del sole già professato da Marsilio Ficino. L’impalcatura filosofica che sorregge la visione religiosa di Bruno pone come principio primo una “mente sopra le cose”, una causa prima da cui tutto il resto procede e deriva che rimane, però, inconoscibile. Neanche dagli effetti di questo primo principio è possibile giungere a una conoscenza completa della causa, dal momento che l’universo stesso è infinito. Bruno intende però, questo primo principio non come trascendente ma come immanente nel senso che la vitalità del mondo è la stessa vitalità che Dio ha profuso nella materia.
Giordano Bruno, pur non essendo uno scienziato, è il primo a propugnare un sistema coerente da contrapporre a quello aristotelico-tolemaico che, attraverso la mediazione di Tommaso d’Aquino, era stato fatto proprio dalla chiesa cattolica. Oltre ai presocratici, ai pitagorici, a Platone e ai neoplatonici, tra le fonti di Bruno troviamo Cusano e Copernico. Dal primo apprende che l’universo è “senza termine”, di esso non è possibile conoscere i limiti quindi, la terra non è più al centro di nulla, e dell’universo non si danno centri fisici; l’unico centro (metafisico) è Dio, tanto centro quanto circonferenza, dove l’inizio e la fine coincidono. Se da Cusano coglie l’idea di un universo non chiuso e non finito, da Copernico mutua l’intuizione (platonica e pitagorica) che la causa dei fenomeni possa essere determinata correttamente, solo se alla sfera terrestre fosse stato attribuito un movimento circolare; la terra in Copernico, però, pur muovendosi intorno al sole, permane, comunque in un universo chiuso, il sistema solare limitato dalle stelle fisse. Bruno supera il concetto di Copernico, dichiarando che l'universo è infinito. Superando inoltre l’idea di un cielo di stelle fisse, Bruno ritiene che le stelle non siano più immobili ma possano essere assimilate a dei soli; soli in numero infinito da cui dipendono infiniti altri astri, in un universo anch’esso infinito.
Bruno ipotizza una “mente sopra le cose”, una “mente nelle cose”, l'esistenza di un'Anima universale, inscindibile dalla materia e dalla quale scaturiscono le forme della materia. Per questo in Giordano Bruno tutto è animato, tutto è vivo: le forme sono la struttura tangibile della materia, l’anima del mondo è in ogni cosa e in tale anima è presente l’intelletto universale, fonte perenne delle forme che si rinnovano continuamente.
L’infinito di Dio e quello dell’universo non sono, tuttavia, della stessa natura: il primo è semplice mentre il secondo è frammentato e complesso, più precisamente, come sarà poi anche per Spinoza, vale il motto deus sive natura, dove Dio è al contempo natura naturans e natura naturata, Dio è cioè principio dell’emanazione ma al contempo anche universo che Dio informa e conforma incessantemente, in modo infinito. L’Universo infinito, inteso come emanazione di Dio è composto di innumerevoli mondi chiusi, separati da vuoti che ne rendono impossibile la comunicazione, per questo è ritenuto frammentato e non semplice come il principio primo. Scrive Giordano Bruno in “De la causa principio et uno”: “È dunque l’universo uno, infinito, immobile. Una, dico è la possibilità assoluta (...) uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser esser compreso; e però infinibile ed interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, attesto che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere che lui possa desiderare o atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non si può sminuire o crescere (...) Non è alterabile (...); non si agguaglia, perché non è altro ed altro, ma uno e medesimo; e per ciò che non ha parte e parte, non è composto”.
Questa teoria ha condotto a conseguenze, anche teologiche, importantissime e funeste, come dimostra la vicenda personale del frate: un universo infinito fa cadere l’antropocentrismo professato fino allora dalla Chiesa perché la terra, e con essa l’uomo, è solo uno tra gli infiniti mondi, collocato in un universo infinito e perciò privo di qualsiasi centro. Oltre a venir meno la creazione dal nulla affermata dalle Scritture, non si ha più separazione netta tra creatore e creatura, se Dio è intrinseco e immanente all’universo. Per Bruno, infine, se l’universo è l’unica mediazione tra l’uomo e la divinità e in ogni sua molecola vi è un riflesso dell’anima di Dio, una figura come quella di Cristo e un concetto come la redenzione diventano superflui, dal momento che l’eucaristia e la comunione con la divinità possono essere raggiunte attraverso la contemplazione dell’universo stesso.
Due altri scritti, in lingua latina restano da considerare per completare la rassegna delle principali opere di Giordano Bruno: il “De triplici minimo et mensura” (1591) e il “De monade numero et figura” (1591) nei quali la teoria del minimo e della monade è elaborata per conciliare unità e molteplicità, immutabilità dell’essere e mutevolezza degli enti. Nel primo vengono attribuiti al minimo differenti nomi, secondo i differenti aspetti della natura: il punto è, ad esempio, il minimo della superficie mentre l’atomo lo è dell’uomo; nel minimo, nelle sue differenti manifestazioni, nascono, coesistono e si riducono l’oggetto e il fine della natura e dell’arte. Nel “De monade”, Giordano Bruno, riutilizzando dottrine pitagoriche, individua una struttura numerica dell’universo, che nella ha sua origine nella monade, necessaria a spiegare il rapporto tra le parti e spiega il processo divino in base al quale questo rapporto si è costituito. L’unità dell’universo può essere colta solo considerando le ombre delle delle idee, quei segni, basi dell’arte combinatoria, che instaurano legami e rimandano alle idee vere e proprie, a quella struttura del cosmo a quell’unità che l’intelletto può conoscere con la mnemotecnica, nella quale il molteplice si risolve nell’Uno.
All’uomo, privato della sua centralità e messo alla pari di tutti gli altri enti, dal momento che è costituito della stessa materia spirituale e fisica, nonostante l’abissale sproporzione con Dio e con la sua infinità, è comunque concessa una parziale conoscenza del divino: egli può infatti conoscere l’universo, l’immagine di Dio stesso, con un atto di eroico furore (“De gli eroici furori”) ovvero con superamento di sé stesso che ha, appunto, lo scopo di ritrovare Dio. Un’esperienza, analoga all’amore platonico, per quei pochi che, con un impeto razionale, continuano a tendere verso una perfezione superiore, non appagati dai piaceri sensibili. |