La vita

La formazione in convento.
Filippo compie gli studi superiori all’università di Napoli, che allora aveva sede presso il convento di S. Domenico. Il suo più importante maestro, il monaco agostiniano Teofilo di Vairano, lo introduce allo studio della filosofia di Platone. Inoltre fin da giovane si interessa alle tecniche mnemoniche (o arte della memoria) e alle opere di Raimondo Lullo. In Teofilo Bruno riconobbe “il principale maestro che io abbia avuto in filosofia”, tanto da farne il protagonista dei suoi dialoghi cosmologici.

Giovanissimo (all’età di 15 anni) entra nell’ordine domenicano a Napoli e assume il nome di Giordano. La scelta di prendere l’abito si spiega non tanto per interesse alla vita religiosa, quanto – come affermò lui stesso al processo – per potersi dedicare tranquillamente agli studi prediletti di filosofia.

Così, secondo la ratio studiorum dell’Ordine, il giovane Bruno studia Aristotele e Tommaso e in seguito, per proprio conto, legge gli scritti di Ficino su Platone e su Plotino e conosce le opere di Cusano e di Copernico. Inoltre riesce a procurarsi le opere di Raimondo Lullo e quelle (proibite) di Erasmo da Rotterdam.

Tuttavia il convento di S. Domenico Maggiore a Napoli non doveva essere proprio un’oasi di pace e di meditazione, se dal 1567 al 1570 nei confronti dei frati furono emesse una ventina di condanne per furti, scandali sessuali e perfino omicidi. Da ciò il disprezzo che Bruno ostentò sempre nei confronti di molti suoi confratelli: in seguito fece protagonista della sua commedia Il Candelaio fra’ Bonifacio da Napoli, candelaio, cioè sodomita.

Già negli anni del convento Bruno cominciò a nutrire dubbi su verità e dogmi della fede. In particolare – come confesserà lui stesso all’inquisitore veneziano – circa la Trinità “non intendevo le due persone del Figlio e dello Spirito Santo come distinte dal Padre, ma consideravo piuttosto [neoplatonicamente] il Figlio come Nous o Intelletto e lo Spirito come Amore del Padre o Anima del Mondo [pitagoricamente]”: pertanto non come tre persone o sostanze separate, ma come manifestazioni dell’unica sostanza divina. Centrale nella sua filosofia sarà appunto la concezione di Dio come Uno-Tutto.

Fuga da Napoli. Peregrinazioni in Italia e in Europa.
Soprattutto la lettura di Erasmo aveva indotto Bruno, già in convento, ad ispirare il proprio cristianesimo ad una spiritualità aperta e critica – sul modello di vita proposto, appunto, dal grande umanista olandese. Infine Bruno ne aveva tratto la convinzione che fosse necessario un radicale rinnovamento dei costumi.

Così, quando i suoi superiori nel febbraio del 1576 lo accusano di eresia, egli per sottrarsi al processo fugge dal convento di Napoli e va a Roma, dove chiede asilo e viene accolto nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva. A Roma in quegli anni, riferisce un cronista, “non sembra farsi altro che rubare e ammazzare”. Qui il nostro frate è accusato (ingiustamente) di aver ucciso e gettato nel Tevere un confratello, per cui decide di svestire definitivamente l’abito dell’Ordine e lascia la città in tutta fretta.

Cominciano le peregrinazioni del filosofo, che lo portano dapprima in molte città dell’Italia settentrionale. A Genova: dove egli racconta che nella chiesa di Santa Maria a Castello si venerava ancora come reliquia la coda dell’asina che aveva condotto Gesù a Gerusalemme!

A Noli (allora repubblica indipendente): qui per alcuni mesi Bruno insegna grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti. Ancora oggi una lapide, sotto il portico del palazzo comunale, ricorda: Giordano Bruno - prima di insegnare all’Europa le leggi dell’ordine universale - fu maestro in Noli di grammatica e cosmografia

Poi è a Savona e a Torino, da dove per via fluviale raggiunge Venezia. Ma a Venezia scoppia un’epidemia di peste, che farà migliaia di vittime, anche illustri come Tiziano. Così Bruno va prima a Padova, poi a Brescia e infine a Bergamo.
Nell’estate del 1578 decide di lasciare l’Italia e si mette in viaggio; passa l’inverno presso il convento domenicano di Chambéry e nel maggio del 1579 arriva a Ginevra, la Roma del calvinismo.

A Ginevra era presente una numerosa colonia di italiani riformati e Bruno per convenienza (cioè per essere ammesso all’università come professore di teologia) aderisce al calvinismo. Ma ben presto entra in conflitto con i colleghi, deve subire un processo per diffamazione e viene scomunicato.

Ripudia allora anche la religione calvinista e si trasferisce a Tolosa, roccaforte dei cattolici francesi, dove per due anni insegna nella locale università (con un corso sul De anima di Aristotele). Qui compone un trattato sull’arte della memoria, di cui però ci resta solo il titolo “Clavis magna”.

A Tolosa conosce Francisco Sanchez, illustre esponente del neoscetticismo, che gli dedica il suo saggio “Quod nihil scitur”, definendo Bruno “filosofo acutissimo”.

In seguito alla guerra di religione tra cattolici e ugonotti, Bruno lascia Tolosa e si rifugia a Parigi, dove – come scrive lui stesso – “acquistai nome tale che il Re mi fece chiamare un giorno per chiedermi se la memoria che havevo et che professavo era naturale o per arte magica”.

Il soggiorno parigino. Il "De umbris idearum”
A Parigi (tra l’autunno del 1581 e l’estate del 1583) si precisa l’orientamento con il quale Bruno guarda all’Europa del tempo, dilaniata dai conflitti politici e religiosi: egli ha alle spalle l’amara esperienza degli opposti rigorismi cattolico e calvinista e ha davanti agli occhi, adesso in Francia, lo scontro sanguinoso tra la Lega cattolica e gli Ugonotti. Pertanto trova conferma in lui la convinzione, da tempo maturata, che la via da seguire “per la salvezza degli uomini e del mondo” sia l’appello di Erasmo per la pace universale attraverso il superamento del fanatismo dogmatico [irenismo] .

Presso la corte di Enrico III, egli trova interlocutori vicini alla sua sensibilità nel cosiddetto partito dei politiques e aderisce al loro disegno di rafforzare l’autorità di un re super partes.

Il soggiorno parigino è particolarmente significativo perché qui Bruno pubblica nel 1582 un’operetta giovanile importante, il “De umbris idearum”, che egli dedica al re e che contiene una prima esposizione della sua filosofia. 

Dello stesso anno sono altre due opere:
- “Cantus Circaeus” , che si compone di due dialoghi: nel primo è raffigurato il mito della maga Circe “rovesciato”, il secondo è una specie di manuale di mnemotecnica.
- il “Candelaio” , una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio (un misto di latino, toscano e napoletano) si unisce l’eccentricità della trama. “Il candelaio” è diventato un classico della letteratura italiana.

Gli anni inglesi (1583 – 1585)
Bruno va in Inghilterra con una lettera di presentazione di Enrico III e poi passerà al servizio dell’ambasciatore francese a Londra. Nei primi mesi il filosofo è impegnato nel tentativo di affermarsi nell’ambiente accademico di Oxford. Tuttavia le sue lezioni non incontrano il successo sperato, anzi suscitano la reazione dei professori: Bruno è addirittura accusato di plagio, a causa delle sue ampie citazioni da Marsilio Ficino.

Le cause del dissidio risultano in sostanza due: la pedanteria degli accademici (il filosofo italiano non argomenta secondo i canoni del formalismo umanistico e filologico) e la difesa appassionata che Bruno fa della rivoluzionaria teoria eliocentrica di Copernicano.

A Londra Bruno pubblica opere filosofiche molto importanti, sotto forma di una serie di dialoghi in italiano:
- “De l’infinito universo e mondi”: in questi dialoghi Bruno sostiene la teoria dell’infinità dell’universo e l’esistenza di infiniti mondi (simili al nostro). L’infinità dell’universo e dei mondi è provata dall’infinita potenza di Dio: “Chi nega l’infinito effetto – scrive Bruno – nega la causa infinita.”
De la causa, principio et uno”: vi si trovano esposti i principi della filosofia della natura, che secondo Bruno sono due: intelletto universale e materia. Dio invece è a parte, perché non è conoscibile per via naturale, cioè sensibile.

Il ritorno in Francia
Nell’ottobre del 1585 Bruno fa ritorno a Parigi. Qui trova dimora presso il Collège de Cambrai, dove entra in confidenza col bibliotecario il quale gli dimostra la sua stima contro “le calunnie degli inquisitori italiani, che sono ignoranti e non conoscono la sua filosofia”.

Ma nella capitale francese il clima politico è cambiato: la posizione a corte dei politiques – ai quali egli era legato – si è infatti indebolita. A far precipitare la situazione interviene una sfida lanciata da Bruno agli aristotelici parigini (la filosofia di Aristotele era ancora in grande auge alla Sorbona): prendessero i peripatetici pubblicamente le difese delle teorie confutate dal nolano nel suo ultimo opuscolo [“Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos”]. 

Contrariamente alle attese di Bruno, nel dibattito pubblico le sue critiche non trovano l’appoggio di nessuno degli intervenuti e un giovane avvocato (vicino tra l’altro ai politiques) ne dimostra l’inconsistenza. In seguito al putiferio che si scatena, Bruno preferisce lasciare Parigi il giorno stesso.

In Germania
Gli anni seguenti vedono Bruno pellegrinare in Germania da una città all’altra. Dopo brevi soggiorni a Magonza, Marburgo, Wittenberg, si ferma infine a Praga (dove lo attrae la fama dell’imperatore Rodolfo II, cattolico, ma noto per la sua tolleranza e generosità).

A Praga Bruno rimane sei mesi e dedica un suo breve scritto a Rodolfo II: nella dedica afferma che per guarire i mali del mondo è necessaria tolleranza, sia in campo religioso che in quello filosofico.

Nell’autunno 1588 Bruno lascia Praga per Helmsted, nella cui università (l’Academia Julia) viene accolto. Ma anche qui in poco tempo il favore iniziale viene meno e alla fine il filosofo italiano colleziona un’ulteriore scomunica da parte della chiesa luterana (dopo le due precedenti, cattolica e calvinista). Allora Bruno si trasferisce a Francoforte, dove trova rifugio nel convento dei Carmelitani (non soggetto alla giurisdizione secolare).

Risale a questo periodo la composizione di tre (lunghi) poemi in latino, sul modello del “De rerum natura” di Lucrezio (furono stampati a Francoforte, da cui il nome di “poemi latini francofortesi”). La trilogia viene considerata, assieme ai dialoghi inglesi, l’opera più importante di Bruno. 

Essi sono:
- “De immenso” : ripropone la concezione dell’universo infinito e dei mondi innumerevoli (derivata forse da Lucrezio), a cui Bruno aggiunge il principio magico-ermetico dell’animazione universale; inoltre vi sono confutate molte teorie della fisica aristotelica.
- “De minimo” : vengono presi in esame i minima di cui il mondo è composto (secondo la concezione atomistica di derivazione democritea-lucreziana). Tali minima o monadi non si identificano però con gli atomi di Democrito, perché ogni minimum – secondo Bruno – ha sostanza e natura propria: in altri termini, la concezione bruniana del mondo non è quantitativa ma qualitativa.
- “De monade, numero et figura” : Bruno riprende la tradizione pitagorico- platonica più la cabala ebraica, per mettere in evidenza la presenza operante nella realtà naturale di principi numerici e geometrici.

Il fatale ritorno a Venezia
A Francoforte Bruno viene raggiunto dall’invito del nobile veneziano Giovanni Mocenigo a recarsi presso di lui a Venezia, perché gli insegnasse l’arte della memoria. Si è molto discusso sulle ragioni che avrebbero indotto il filosofo a far ritorno in Italia (una scelta destinata a rivelarsi per lui tragica). 

Certamente la Serenissima era allora, per la sua tradizionale tolleranza, lo stato italiano più adatto a garantire la sicurezza anche a personalità poco ortodosse come Bruno. Inoltre la decisione fu forse determinata dal desiderio di ottenere una cattedra a Padova, il più importante ateneo italiano dell’epoca. 

E infatti nei primi mesi Bruno abitò a Padova; si trasferì a Venezia solo quando perse la speranza di ottenere la cattedra di matematica vacante (che sarà poi assegnata a Galileo). A Venezia un’atmosfera civile di (relativa) libertà pervadeva gli ambienti culturali; ciò induce Bruno ad esprimersi senza le cautele sempre necessarie: “se uno vive in Italia, sia pure a Venezia, ammoniva il veneziano Paolo Sarpi, non può far a meno di portare una maschera”. 

Bruno frequentava invece il “ridotto” Morosini, luogo d’incontro e di spregiudicate discussioni politiche, scientifiche, filosofiche, dove era solito dire quello che pensava senza mezzi termini. Tutto ciò scandalizzava fortemente il suo mecenate, il quale era anche deluso dall’insegnamento del filosofo: in realtà Mocenigo (al di là della motivazione ufficiale: apprendere l’arte della memoria) si aspettava di entrare in contatto con un grande mago dotato di arcani poteri che gli avrebbe insegnato le misteriose arti magiche.

Così - temendo forse di essere accomunato al suo pericoloso ospite e per pararsi le spalle - il nobile veneziano finì per denunciare Bruno alla Inquisizione veneziana (maggio 1592), accusandolo di una sfilza di “reati” contro la fede.

Ora, con ogni probabilità, a Venezia Bruno se la sarebbe cavata. Infatti, dopo l’arresto, aveva impostato un’intelligente autodifesa basata sulla distinzione tra il piano della ragione e quello della fede e, dopo aver chiesto perdono per gli “errori” commessi, era disposto a ritrattare quanto in contrasto con la fede.

Purtroppo per lui intervenne l’Inquisizione romana, ben più determinata e pericolosa, con una richiesta di “avocazione” della causa e di estradizione a Roma del sospetto eretico (con cui aveva da anni un conto in sospeso).